Una panchina con racchetta e borsa su un campo in erba, immagine simbolica della quiete e dell’eredità di Federer.
Roger Federer compie oggi, 8 agosto 2026, 45 anni: l’ex numero uno del tennis mondiale, nato a Basilea nel 1981, resta una figura centrale dello sport anche dopo il ritiro annunciato alla Laver Cup 2022, perché la sua carriera — fatta di titoli, gesti tecnici e dettagli meno noti — continua a raccontare molto del rapporto tra talento, disciplina e immagine pubblica.
Roger Federer, i 45 anni del campione svizzero
Il compleanno di Federer arriva quasi quattro anni dopo l’ultima partita ufficiale, quella giocata in doppio con Rafael Nadal alla Laver Cup di Londra, il 23 settembre 2022. Una serata rimasta nella memoria di molti appassionati: le lacrime in panchina, Nadal accanto a lui, il pubblico della O2 Arena in piedi. Non fu solo l’addio di un tennista. Fu, per molti, la fine di un’epoca.
In carriera Federer ha vinto 20 titoli del Grande Slam, tra cui 8 Wimbledon, 6 Australian Open, 5 US Open e 1 Roland Garros. È stato numero uno del mondo per 310 settimane complessive, secondo i dati ufficiali ATP, e ha chiuso cinque stagioni in vetta al ranking. Numeri noti, quasi consumati dal racconto pubblico. Eppure dietro quella precisione — il rovescio a una mano, il servizio fluido, il passo leggero sull’erba — c’è una biografia meno levigata, fatta anche di episodi curiosi, porte chiuse e scelte prese da ragazzo.
Wimbledon e quel giorno senza tessera: “Ho vinto qui otto volte”
Tra gli aneddoti più raccontati dallo stesso Roger Federer c’è quello dell’accesso negato a Wimbledon, avvenuto dopo il ritiro. In un’intervista al “Daily Show” nel 2022, lo svizzero spiegò di essersi presentato all’All England Club senza la tessera da socio, entrando da un cancello diverso da quello abituale. La guardia, ha raccontato Federer con un sorriso, gli chiese il documento di appartenenza al club. Lui provò a far notare di aver vinto lì “otto volte”. Non bastò.
La scena, più che imbarazzante, è diventata quasi comica nel racconto del campione. Solo dopo, cambiando ingresso e facendosi riconoscere, riuscì a entrare. Un dettaglio piccolo, ma rivelatore: anche uno dei volti più identificabili della storia di Wimbledon può restare bloccato davanti a un controllo di sicurezza, se non ha il pass giusto. Federer non la prese male. Anzi, la trasformò in una storia da raccontare, con quel tono asciutto che spesso ha usato fuori dal campo.
Il legame con il torneo londinese resta il più forte della sua carriera. A Wimbledon vinse il primo Slam nel 2003, battendo Mark Philippoussis in finale, e lì costruì buona parte del suo mito sportivo. L’erba del Centre Court, per lui, non è mai stata solo una superficie. Era una specie di casa. Anche quando, per qualche minuto, qualcuno gli ha chiesto di restare fuori.
Dal calcio mancato a Basilea alla scelta del tennis
Prima di diventare Federer, il ragazzo di Basilea avrebbe potuto prendere un’altra strada. Da bambino giocava anche a calcio, tifava — e tifa ancora — per il FC Basel, la squadra della sua città. In diverse interviste ha spiegato di aver praticato entrambi gli sport fino all’adolescenza, poi la scelta cadde sul tennis, anche per la possibilità di misurarsi da solo, senza dipendere da una squadra. Una decisione presa presto, ma non senza esitazioni.
Il padre, Robert Federer, svizzero, e la madre, Lynette Durand, sudafricana, lo accompagnarono in quel percorso senza costruirgli addosso un’immagine da predestinato. Federer crebbe tra la Svizzera tedesca e i frequenti riferimenti al Sudafrica materno, parlando più lingue e imparando presto a muoversi in contesti diversi. Non era ancora il campione elegante e controllato che il pubblico avrebbe conosciuto. Da junior, anzi, aveva un carattere acceso: racchette lanciate, proteste, nervosismo. Lo ha ammesso lui stesso più volte.
La trasformazione arrivò con il lavoro, e con gli anni. Chi lo ha seguito nei primi tornei ricorda un talento evidente, ma non ancora ordinato. Poi, a poco a poco, arrivarono il controllo emotivo, la gestione del corpo, la capacità di restare dentro la partita anche nei momenti storti. Il tennis, per Federer, non fu solo una scelta tecnica. Fu una forma di educazione.
Record, rivalità e una popolarità rimasta intatta
La grandezza di Roger Federer non si misura soltanto nei titoli. Conta anche il modo in cui ha attraversato le rivalità con Nadal e Novak Djokovic, due avversari che hanno spinto il tennis maschile in una stagione irripetibile. Con Nadal il duello fu spesso fisico e mentale, con Djokovic più tattico, quasi geometrico. Federer, in mezzo, restò il riferimento estetico: non sempre il più vincente, negli ultimi anni, ma spesso il più amato.
Dopo il ritiro, la sua presenza continua a richiamare pubblico. È accaduto a Wimbledon, dove le apparizioni in tribuna vengono accolte da lunghe ovazioni, ed è accaduto in eventi promozionali e benefici. La sua immagine è rimasta pulita, anche grazie a una comunicazione misurata: poche frasi fuori posto, molta attenzione ai dettagli, un rapporto costante con fondazioni e attività sociali, in particolare attraverso la Roger Federer Foundation, impegnata da anni in progetti educativi nell’Africa australe e in Svizzera.
A 45 anni, Federer non è più il giocatore che dominava sull’erba e sul cemento. Questo è chiaro. Ma resta un punto di riferimento per generazioni diverse: per chi lo ha visto battere Pete Sampras a Wimbledon nel 2001, per chi ha seguito la rinascita del 2017, per chi lo conosce oggi più dai video che dalle dirette. Il tempo, sul campo, è passato. Attorno a lui, però, qualcosa è rimasto fermo.
