Una tennista celebra con calma la vittoria sul cemento, in uno stadio notturno con il pubblico in piedi.
Elena Rybakina ha vinto lo Us Open 2026 sabato sera a New York, battendo Aryna Sabalenka in tre set, 6-4 5-7 6-2, e chiudendo così una stagione in cui il tennis giocato ha ripreso il centro della scena dopo mesi segnati dalle polemiche sul rapporto con il coach Stefano Vukov.
Rybakina campionessa allo Us Open: Sabalenka battuta in tre set
Sul cemento dell’Arthur Ashe Stadium, davanti a un pubblico rimasto in piedi fino all’ultimo scambio, Rybakina ha costruito la vittoria con il servizio, la misura nei colpi da fondo e una freddezza che, nei momenti chiave, ha pesato più della potenza. Il primo set, vinto 6-4, ha dato subito il tono della partita: pochi gesti, nessuna rincorsa emotiva, solo la ricerca costante della riga e dell’anticipo.
Sabalenka, campionessa abituata a prendersi spazio con il ritmo e con la voce, è riuscita a riaprire il match nel secondo set, chiuso 7-5 dopo una fase di grande pressione in risposta. In quel momento sembrava che la finale potesse cambiare direzione. Eppure, nel terzo, la kazaka ha alzato di nuovo il livello: break immediato, turni di battuta rapidi, sguardo fisso verso il campo. Non molto altro.
Con il 6-2 finale, Rybakina ha conquistato il secondo Slam del suo 2026 e, soprattutto, ha messo al sicuro il primato nel ranking Wta. Da lunedì sarà per la prima volta numero 1 del mondo, un traguardo che arriva dopo anni di risultati importanti e dopo una stagione in cui, più che mai, le era stato chiesto di rispondere fuori dal campo.
Il caso Vukov e le accuse sul rapporto con la giocatrice
Un anno fa, di questi tempi, parlare di Elena Rybakina significava spesso parlare anche di Stefano Vukov, l’allenatore italo-croato finito al centro di un caso seguito dalla Wta. Le accuse riguardavano un rapporto giudicato da alcuni troppo duro, con comportamenti descritti come autoritari e un controllo considerato eccessivo sulla giocatrice. Lei, però, aveva sempre respinto quella lettura.
La Wta aveva sospeso Vukov dopo le verifiche interne, mentre intorno alla kazaka cresceva un racconto fatto di tensioni, frasi urlate dagli spalti e ipotesi pesanti sul piano umano. Si parlò anche, in modo discusso, di una sorta di “sindrome di Stoccolma”, espressione usata nel dibattito mediatico per descrivere la difficoltà della tennista nel prendere distanza da una figura tanto ingombrante. Rybakina non l’ha mai accettata.
“Non mi riconosco in certe descrizioni”, aveva fatto capire in più occasioni, difendendo la propria autonomia e il diritto di scegliere il suo staff. Dopo la sospensione, la decisione di tornare a lavorare con Vukov appena possibile aveva riaperto il confronto. Per molti era un passo indietro. Per lei, invece, una scelta personale, presa senza bisogno di troppe spiegazioni pubbliche.
La risposta sul campo: servizio, calma e continuità
La finale dello Us Open ha mostrato una versione di Rybakina diversa da quella raccontata solo attraverso il rumore esterno. Non espansiva, non teatrale, ma presente in ogni punto importante. Nei game più delicati del terzo set, quando Sabalenka provava a rientrare aggredendo la seconda, la kazaka ha trovato prime profonde e due rovesci lungolinea che hanno tolto fiato allo scambio.
Il dato tecnico più evidente resta il servizio, da sempre la sua arma naturale. Ma contro la bielorussa ha pesato anche la gestione delle pause, dei cambi campo, dei piccoli vuoti che in una finale Slam possono allargarsi in fretta. Rybakina non li ha concessi. Ha bevuto, si è seduta, ha guardato il suo angolo senza cercare gesti plateali. Poi è tornata in campo.
A fine partita, secondo quanto riferito a bordo campo, ha parlato con tono basso, quasi trattenuto: “È stata una settimana lunga, ho cercato di restare concentrata su quello che potevo controllare”. Una frase semplice, ma dentro c’era molto del percorso recente. Non una rivincita dichiarata. Piuttosto, un modo per spostare il peso dal racconto degli altri al risultato.
Numero 1 del mondo e una nuova fase della carriera
Il successo di New York porta Elena Rybakina in cima al ranking Wta per la prima volta in carriera, dopo una stagione che l’ha vista tornare stabilmente nelle fasi decisive dei tornei più importanti. Per una giocatrice già campionessa Slam, il salto al numero 1 non cambia soltanto la classifica: cambia il modo in cui ogni partita verrà letta, attesa, giudicata.
La sua forza, fin qui, è stata anche una certa distanza dal personaggio. Poche frasi, pochi sorrisi costruiti, nessuna voglia di trasformare ogni conferenza in un messaggio. In un circuito spesso attraversato da narrazioni forti, Rybakina ha scelto una strada più ruvida: giocare, vincere, lasciare che siano i colpi a fare il resto.
Resta il nodo del rapporto con Vukov, che continuerà a essere osservato, soprattutto dopo quanto accaduto negli ultimi dodici mesi. Ma la finale contro Sabalenka ha fissato un punto chiaro: oggi la storia sportiva di Rybakina non può essere ridotta al suo angolo. Sul campo, a Flushing Meadows, la racchetta ha parlato più forte. E stavolta l’hanno sentita tutti.
