Un tennista durante una seduta di fisioterapia a bordo campo, simbolo della gestione fisica nel calendario degli Slam.
Roger Federer, alla vigilia degli Us Open 2026 a New York, è tornato a parlare della gestione fisica nel tennis moderno e degli infortuni di Jannik Sinner e Carlos Alcaraz, spiegando perché farsi male prima del Roland Garros sia, per un top player, uno dei passaggi più complicati della stagione. Lo svizzero, atteso sabato per l’ingresso nella Hall of Fame, lo ha detto durante un incontro con la stampa nella settimana che precede il Major americano: “Prima di Parigi è il momento peggiore per infortunarsi, perché poi arrivano Roland Garros e Wimbledon uno dopo l’altro”.
Federer e il calendario: “Non si può essere al 100% venti volte l’anno”
Nella carriera di Roger Federer, lunga e costruita su una continuità rara, la gestione del corpo è stata quasi una seconda forma di talento. Lo svizzero ha giocato ad alto livello fino a 39 anni e, per oltre vent’anni, ha saltato pochissimo: il dato dei 81 Slam consecutivi disputati resta una misura concreta della sua regolarità, più ancora dei numeri già noti sui titoli.
A New York, parlando con i cronisti nella settimana dello Us Open, Federer ha collegato la propria esperienza a quanto accaduto ai primi giocatori del ranking, Sinner e Alcaraz, entrambi costretti a fare i conti con problemi fisici in un tratto delicato dell’anno. “Ho sempre cercato di mantenere un programma equilibrato, con abbastanza riposo”, ha spiegato. Poi ha aggiunto, quasi con una smorfia: “È più facile a dirsi che a farsi”.
Il punto, secondo Federer, è la scelta. Non tutti i tornei possono avere lo stesso peso, e non tutti i mesi possono essere vissuti con la stessa intensità. “Ogni giocatore ha certi periodi dell’anno in cui vuole essere al massimo della forma, perché non puoi essere al 100% venti volte l’anno”, ha detto lo svizzero, indicando una regola semplice, ma spesso difficile da applicare quando punti, sponsor, pubblico e aspettative spingono nella direzione opposta.
Sinner fermo agli Us Open, Alcaraz riparte dopo lo stop
Il tema è diventato concreto guardando al presente. Carlos Alcaraz si era fermato ad aprile durante il torneo di Barcellona e da quel momento è rimasto fuori, saltando appuntamenti pesanti: due Slam e quattro Masters 1000, secondo la ricostruzione del calendario riportata alla vigilia del torneo americano. Ora lo spagnolo rientra proprio allo Us Open, anche se resta da capire con quale condizione potrà affrontare il cemento di Flushing Meadows.
Diversa, ma altrettanto delicata, la situazione di Jannik Sinner, che ha rinunciato al Major statunitense per problemi fisici. L’azzurro aveva spinto molto in primavera, vincendo cinque Masters 1000 su cinque, compresi gli Internazionali d’Italia a Roma, con l’obiettivo dichiarato di arrivare al Roland Garros nelle migliori condizioni possibili. Quel tratto di stagione, per chi punta a Parigi e poi a Wimbledon, lascia poco margine.
Federer non ha giudicato le scelte dei due, ma ha offerto una lettura maturata negli anni. “Ci sono state volte in cui ho aggiunto un torneo o due in più che probabilmente non avrei dovuto giocare, ma sono riuscito a superarli”, ha ammesso. Una frase che suona meno come una lezione e più come una memoria personale: anche chi ha programmato meglio di quasi tutti, a volte, ha tirato la corda.
Il peso delle scelte e il legame con i tornei
Per Federer la programmazione non è mai stata solo una questione tecnica. Lo dimostra il rapporto con l’Atp 500 di Basilea, il torneo di casa, giocato fino a 38 anni anche per un legame affettivo che andava oltre la classifica. “Bisogna dare priorità a ciò che conta davvero per te”, ha ricordato lo svizzero, indicando una parte spesso meno visibile della vita dei campioni.
Il discorso vale per tutti, anche per chi ha 23 o 25 anni e sembra avere energie senza fine. La stagione del tennis, oggi, chiede spostamenti continui, superfici diverse, adattamenti rapidi e una pressione costante sui migliori, chiamati a esserci quasi sempre. Solo allora diventa chiaro quanto sia difficile dire no a un torneo, soprattutto quando quel torneo può cambiare una stagione o consolidare un primato.
Federer ha fatto esempi semplici: per alcuni può contare di più il circuito americano, per altri l’Australia, per altri ancora la stagione sulla terra. Non c’è una formula unica. C’è, semmai, la capacità di capire quando accelerare e quando fermarsi, anche a costo di lasciare qualcosa per strada. È questo, nel tennis attuale, uno dei confini più sottili tra continuità e rischio.
La sfida mai giocata con Alcaraz e Sinner, poi il rovescio a una mano
A Federer è stato chiesto anche contro quale tennista di oggi gli sarebbe piaciuto giocare. La risposta è arrivata senza troppi giri: “Forse contro Alcaraz, penso che sia un giocatore molto interessante”. Poi il riferimento anche a Sinner: “Non ho mai avuto l’occasione di giocare contro di lui o contro Carlos. Ci siamo allenati insieme solo un po’ quando stavano emergendo”.
Lo svizzero ha legato quel mancato incrocio ai problemi al ginocchio che hanno segnato l’ultima parte della sua carriera. “Mi sono perso questa generazione”, ha confidato, con un tono più di rammarico che di nostalgia. In campo, un Federer-Alcaraz avrebbe avuto contrasti di ritmo, variazioni, accelerazioni improvvise. Federer-Sinner, invece, avrebbe messo di fronte due modi diversi di comandare lo scambio.
Nel finale, spazio anche al rovescio a una mano, il colpo che ha accompagnato l’immagine tecnica di Federer per tutta la carriera. Lo svizzero, anche dopo alcuni scambi di allenamento con Lorenzo Musetti, ha detto di non considerarlo un gesto destinato a sparire, nonostante tra i primi 50 siano ormai pochi a usarlo, con Musetti e Denis Shapovalov tra i riferimenti principali. Dal primo Wimbledon del 1877, ogni anno almeno un giocatore con il rovescio a una mano è arrivato in semifinale in uno Slam. Nel 2026, per ora, non è ancora accaduto. A Musetti, più di tutti, il compito di tenere viva la striscia.
