Un giocatore prolunga la routine prima del servizio facendo rimbalzare la pallina, mentre il rivale aspetta in risposta in uno stadio pieno.
Alexander Zverev è finito al centro delle discussioni allo Us Open 2026, a New York, per i continui rimbalzi della pallina prima del servizio, un’abitudine che durante il torneo ha irritato diversi avversari e ha riaperto il tema del rispetto dei tempi tra un punto e l’altro. Il tedesco, numero 2 del mondo e finalista a Flushing Meadows, si è difeso spiegando di non farlo per disturbare chi risponde: “Non lo faccio apposta, lo trovo divertente”. Ma dall’altra parte della rete, soprattutto nei momenti più tesi, la percezione è diversa.
Il tic di Zverev allo Us Open: 12mila rimbalzi in cinque partite
Nel tennis, si sa, le routine prima del servizio sono quasi una lingua privata. Rafael Nadal evitava di calpestare le righe, Denis Shapovalov fa passare spesso la pallina tra le gambe, altri sistemano polsini, corde, asciugamano. Nel caso di Alexander Zverev, però, il gesto è diventato un caso perché a New York il numero dei rimbalzi è cresciuto fino a trasformarsi, almeno agli occhi degli avversari, in una pausa lunga e difficile da gestire.
Secondo un conteggio rilanciato da Espn prima della semifinale, Zverev avrebbe fatto rimbalzare la pallina circa 12.000 volte in cinque partite. Una cifra che ha colpito anche il diretto interessato, abituato da anni a preparare il servizio in modo metodico, ma non a vedere la sua routine sezionata punto per punto. Il tema è diventato più evidente tra prima e seconda di servizio, quando il regolamento non prevede la stessa pressione del cronometro tra un punto e l’altro e il tedesco tende ad allungare ancora di più la sequenza.
Khachanov protesta: “Sei pronto, poi devi ricominciare da capo”
A dare voce al malumore è stato soprattutto Karen Khachanov, battuto da Zverev in semifinale dopo aver avuto anche due set point nel terzo set. Il russo, giocatore ordinato e molto legato ai tempi della risposta, ha spiegato che il problema non riguarda solo lui: “Non sono l’unico a trovare fastidioso il modo in cui Zverev fa rimbalzare la palla prima del servizio. La pensano così anche molti giocatori, perché si prende troppo tempo”.
Khachanov ha descritto una dinamica concreta, quasi fisica. “Sei pronto per rispondere, e poi all’improvviso la palla rimbalza anche altre dodici volte. Ti obbliga a rifare lo split step e a prepararti da capo. E questo succede praticamente a ogni punto”, ha detto. Non una protesta di principio, quindi, ma una questione di ritmo: nel tennis moderno, dove la risposta si costruisce anche su frazioni di secondo, restare in tensione troppo a lungo può pesare.
Il pubblico dell’Arthur Ashe Stadium ha mostrato di aver colto il punto. Quando durante la semifinale il giudice di sedia ha sanzionato Zverev con un warning per time violation, dagli spalti è arrivato un applauso netto, più di approvazione che di semplice reazione al richiamo. Khachanov, però, ha tenuto una linea prudente: “Se non supera il tempo consentito tra un punto e l’altro, non posso dire nulla. Se invece non sta nel tempo previsto deve ricevere un avvertimento. Non chiederei io all’arbitro di controllare, deve accorgersene lui”.
La difesa del tedesco: “Non conto, non so perché sia aumentato”
Zverev, dal canto suo, ha provato a sdrammatizzare. Il numero 2 del mondo, arrivato alla terza finale Slam consecutiva, ha ammesso di aver visto le statistiche e di esserne rimasto colpito. “Ho fatto rimbalzare la palla più di 12.000 volte dall’inizio del torneo”, ha detto sorridendo. Poi la frase che racconta bene la sua posizione: “Lo trovo divertente”.
Il tedesco ha escluso che dietro quei rimbalzi ci sia una strategia per spezzare il ritmo degli avversari. “Non lo faccio apposta a far rimbalzare la palla più spesso di prima, non so perché lo faccia”, ha spiegato. E ancora: “Non conto per arrivare a un numero specifico, e non capisco perché sia aumentato così tanto”. Parole semplici, anche un po’ disarmanti, che non cancellano il fastidio degli altri giocatori ma restituiscono l’idea di un gesto diventato quasi automatico.
Zverev ha comunque riconosciuto di doverci lavorare. “Quando ho visto le statistiche prima della semifinale ho pensato onestamente di dover ridurre il numero”, ha ammesso. Poi, però, in partita le cose cambiano: “Magari durante il match me ne dimentico e i rimbalzi tornano a salire”. In quel momento, tra pressione, servizio e punteggio, la routine prende il sopravvento.
Regole, tempi e una stagione che resta da vertice
La questione dei rimbalzi di Zverev si inserisce in un dibattito più ampio sui tempi morti nel tennis. Il regolamento prevede controlli precisi tra un punto e l’altro, ma tra prima e seconda di servizio lo spazio di intervento è diverso e molto resta affidato alla sensibilità del giudice di sedia. Per questo gli avversari chiedono più attenzione, senza trasformare ogni scambio in una discussione.
Sul piano sportivo, però, la stagione del tedesco resta di livello altissimo. Zverev ha giocato quasi 20 ore per arrivare in finale allo Us Open, confermando solidità fisica e mentale in un 2026 che gli ha già portato il primo titolo Slam. Il tic della pallina, fastidioso per molti e forse da correggere, non sembra aver tolto efficacia al suo tennis.
Anzi, per ora convive con il momento migliore della sua carriera. Zverev sa di avere un problema da limare, gli avversari chiedono che i tempi vengano rispettati, gli arbitri sono chiamati a gestire una zona grigia che può incidere sul ritmo di una partita. Il resto, come spesso accade nel tennis, si decide sul filo: una pallina che rimbalza, una risposta da preparare, un servizio che parte solo quando chi batte si sente pronto.
