Una tennista in campo con un dress bianco dai dettagli in pizzo tecnico, simbolo dell’incontro tra stile e performance.
A New York, alla vigilia dello Us Open 2026, Marta Kostyuk e Wilson presentano la nuova evoluzione del Marta Dress, l’abito da tennis nato dal lavoro con Joelle Michaeloff, responsabile design del marchio, per unire prestazione, identità personale e una precisa idea di stile in campo.
Marta Kostyuk, il tennis come linguaggio di stile
Nel tennis, l’abito non è mai stato solo un abito. Lo aveva capito Lea Pericoli, che negli anni Sessanta portò in campo pizzi, balze, coulottes e piume quando il bianco severo e i gonnelloni dominavano ancora l’immaginario dei circoli. “Ho sempre osato, ma con stile”, ripeteva la tennista e giornalista, scomparsa nel 2024 a 89 anni. Da allora, il rapporto tra moda e tennis ha continuato a cambiare pelle: Serena Williams, con la tuta nera aderente al rientro dalla maternità, trasformò un outfit in una discussione pubblica sul corpo delle atlete; Maria Sharapova, allo Us Open 2017, scelse tulle e dettagli luminosi firmati Givenchy, portando un altro codice estetico dentro la competizione.
Oggi, in quella linea sottile tra gesto atletico e racconto personale, si muove Marta Kostyuk, ucraina, numero 11 del mondo, giocatrice intensa e molto riconoscibile anche fuori dal campo. Il suo Marta Dress, indossato a Wimbledon, è diventato uno dei look più osservati dell’ultima stagione: ispirato al suo abito da sposa, è stato disegnato per lei da Joelle Michaeloff, Head of Design and Creative Direction di Wilson, ed è entrato anche nella collezione del Wimbledon Museum. Un passaggio non banale. Perché, in quel momento, un capo tecnico ha iniziato a vivere anche come oggetto culturale.
Wilson e il Marta Dress: “Lei non lo indossa soltanto, lo co-crea”
Per Joelle Michaeloff, il successo del primo Marta Dress è stato “una conferma per tutto il team”. La designer ha spiegato che il progetto ha funzionato perché è nato mettendo l’atleta al centro, non come semplice testimonial ma come parte attiva del processo creativo. “A Wimbledon è diventato molto più di un abito: ha unito sport, stile e racconto in modo autentico”, ha detto, ricordando il lavoro fatto per conservare l’eleganza del modello originale senza perdere di vista la sua funzione primaria: accompagnare una professionista durante partite ad alta intensità.
La seconda versione, pensata anche per il contesto dello Us Open, parte da lì. Wilson ha scelto di mantenere l’essenza del primo modello — il riferimento emotivo, la linea delicata, il legame con la storia personale di Kostyuk — e di intervenire sulla costruzione tecnica. Michaeloff ha chiarito che Marta è “profondamente coinvolta” nel lavoro: “Non si limita a indossare il capo, lo co-crea insieme a noi”. Porta indicazioni su come vuole sentirsi in campo, su cosa deve comunicare, ma anche su dettagli molto concreti: vestibilità, libertà di movimento, peso, punti di tensione. Piccole cose, viste da fuori. Decisive, però, quando si serve sul 30 pari.
Pizzo tecnico e tessuti elastici: la sfida tra estetica e performance
La nuova collezione Marta Kostyuk per Wilson lavora soprattutto su materiali e struttura. Michaeloff ha parlato di un tessuto tecnico elasticizzato in quattro direzioni, pensato per garantire resistenza e flessibilità senza irrigidire il corpo nei movimenti laterali, negli allunghi e nelle rotazioni del busto. Accanto a questo, il dettaglio più riconoscibile resta il pizzo tecnico: appare fragile, quasi da atelier, ma è stato progettato per sopportare le sollecitazioni della competizione. “Ciò che sembra delicato deve garantire durata, resistenza e piena libertà di movimento”, ha spiegato la responsabile design.
È qui che il progetto diventa più complesso. Nel tennis professionistico un vestito non può distrarre, spostarsi male, trattenere sudore nel punto sbagliato o limitare il gesto. Per questo, ha raccontato Michaeloff, ogni dettaglio viene testato: la scelta dei tessuti, il peso complessivo, il modo in cui il capo segue il corpo durante uno scambio lungo. L’obiettivo non è scegliere tra estetica e funzionalità, ma farle procedere insieme. Con Marta Kostyuk, ha aggiunto, questo equilibrio è ancora più intenzionale, perché lo stile personale della giocatrice è parte del suo modo di stare in campo. Non un’aggiunta decorativa. Un pezzo della sua presenza.
Il futuro del tennis tra identità, moda e abbigliamento tecnico
La collaborazione tra Wilson e Marta Kostyuk conferma una tendenza ormai chiara: il tennis è diventato uno spazio in cui la performance sportiva convive con l’espressione individuale. Gli atleti chiedono capi capaci di reggere il livello della competizione, ma anche di raccontare qualcosa di loro. Michaeloff lo ha detto con nettezza: per un designer, oggi, non basta più progettare un abito che funzioni; bisogna creare un capo che abbia una storia, un’identità, una voce riconoscibile. E che, al tempo stesso, non tradisca il corpo nel momento dello sforzo.
Guardando avanti, Wilson considera la collezione Marta non come un episodio isolato, ma come una collaborazione di lungo periodo. La fiducia costruita con l’atleta, ha spiegato Michaeloff, permette di andare oltre ciò che nasce normalmente in uno studio di design, perché il feedback arriva dal campo, dalla pressione del punteggio, dalla realtà delle partite. Quando vede Kostyuk indossare l’abito nei tornei più importanti, la designer osserva soprattutto il movimento: se il capo accompagna i gesti, se sostiene senza farsi notare, se consente alla giocatrice di restare concentrata. Solo allora il progetto, davvero, ha raggiunto il suo scopo.
