Una partita di tennis improvvisata su una strada di Harlem evoca le origini popolari della futura campionessa Althea Gibson.
Althea Gibson, nata il 25 agosto 1927 a Silver, nella Carolina del Sud, e cresciuta ad Harlem dopo il trasferimento della famiglia a New York nel 1930, diventò negli anni Cinquanta la prima grande campionessa nera del tennis internazionale, sfidando segregazione, povertà e un ambiente sportivo costruito quasi solo per i bianchi.
Da Silver ad Harlem, l’infanzia dura di Althea Gibson
Quando i Gibson lasciarono la Carolina del Sud, spinti dalla crisi economica e dalla fine di ogni prospettiva nei campi di cotone, New York non fu subito una promessa. La famiglia si sistemò ad Harlem, in tre stanze sulla 143ª strada, in un quartiere pieno di energia ma segnato da povertà, lavori precari e tensioni quotidiane. Il padre, Daniel Gibson, ex raccoglitore di cotone poi impiegato in un garage, avrebbe voluto un figlio maschio, magari un pugile. Si ritrovò invece con una bambina alta, nervosa, ostinata, che lui provò ad allenare alla lotta più che alla vita.
La casa, per Althea Gibson, fu presto un posto da evitare. Nelle ricostruzioni biografiche dedicate alla campionessa, compresa quella della International Tennis Hall of Fame, tornano spesso i racconti di punizioni fisiche, fughe notturne, giornate passate per strada e una scuola frequentata a intermittenza. Le piacevano il basket, il softball, il movimento continuo. Meno le regole. Da ragazzina, secondo diversi profili storici, dormì anche nella metropolitana, tra fermate e capolinea, quando rientrare a casa sembrava peggio che restare fuori.
Il tennis sui marciapiedi di Harlem
Il primo campo di Althea Gibson non fu un club elegante, ma la strada. A Harlem, negli anni Trenta, alcune vie venivano chiuse al traffico per permettere ai ragazzi di giocare a paddle tennis, una versione più accessibile del tennis, con racchette corte e reti improvvisate. Fu lì che qualcuno notò quella ragazzina scontrosa, rapida, con un senso naturale per la palla. “Colpiva forte, e non chiedeva permesso”, avrebbero ricordato anni dopo alcuni testimoni dell’ambiente sportivo nero newyorkese.
Il passaggio decisivo arrivò grazie alla Police Athletic League e poi al sostegno di alcuni allenatori e medici afroamericani, tra cui Hubert Eaton e Robert Walter Johnson, figure centrali nello sviluppo del tennis nero negli Stati Uniti. Furono loro ad accompagnarla verso l’American Tennis Association, il circuito nato nel 1916 perché i giocatori neri erano esclusi dai tornei più importanti. In quel mondo parallelo, fatto di viaggi faticosi, ospitalità in case private e campi spesso modesti, Gibson cominciò a vincere. Non era ancora famosa. Però faceva già paura alle avversarie.
La porta chiusa del tennis dei bianchi
Negli anni Quaranta e Cinquanta il tennis statunitense restava attraversato dalla segregazione. I club decidevano chi poteva entrare, chi poteva spogliarsi negli stessi locali, chi poteva presentarsi ai tornei. Althea Gibson, pur dominando il circuito dell’American Tennis Association, rimaneva fuori dalle competizioni principali. La svolta arrivò nel 1950, dopo un intervento pubblico di Alice Marble, ex numero uno del mondo, che denunciò l’esclusione della giocatrice nera dalle prove nazionali.
Quell’anno Gibson fu ammessa agli U.S. National Championships di Forest Hills, diventando la prima atleta afroamericana a partecipare al torneo che oggi corrisponde agli US Open. Non vinse, ma il varco era aperto. Il pubblico la osservava con curiosità, a tratti con freddezza. Lei, raccontano le cronache dell’epoca, non cercava compassione: voleva giocare, e vincere. “Non mi interessa essere simbolo di qualcosa, voglio essere campionessa”, disse in sostanza più volte nelle interviste, con quella durezza asciutta che la accompagnò per tutta la carriera.
Wimbledon, Parigi e il nome su una strada
Nel 1956 Althea Gibson vinse il Roland Garros, diventando la prima atleta nera a conquistare un titolo del Grande Slam. L’anno dopo arrivò il trionfo a Wimbledon, davanti alla regina Elisabetta II, e poi la vittoria agli U.S. National Championships. Nel 1958 ripeté il doppio successo, ancora a Wimbledon e negli Stati Uniti. In un tennis che per decenni l’aveva tenuta fuori, entrò dalla porta principale, con il trofeo in mano.
La sua storia non fu lineare nemmeno dopo i titoli. Passò al professionismo, giocò anche a golf, affrontò difficoltà economiche e periodi di isolamento. Morì il 28 settembre 2003 a East Orange, nel New Jersey, a 76 anni. Eppure il suo nome è rimasto dove tutto era cominciato: il 25 agosto 2022, nel giorno in cui avrebbe compiuto 95 anni, New York ha intitolato un tratto della 143ª strada ad Althea Gibson Way. La bambina che scappava da quelle stanze è tornata lì, almeno sulla targa. Questa volta per restare.
