Una tennista entra in campo con un outfit dal gusto streetwear, tra tennis e cultura basket, tema al centro del racconto su Osaka e Iverson.
Naomi Osaka ha scelto Allen Iverson come riferimento stilistico allo US Open 2026, a Flushing Meadows, entrando in campo con un look ispirato al basket perché, come ha spiegato dopo il match vinto contro Zacharova, voleva rendere omaggio a un atleta che ha cambiato il modo di intendere moda, sport e identità personale.
Naomi Osaka e il tributo ad Allen Iverson allo US Open
Un lungo vestito con cappuccio, il manicotto al braccio, fascetta e polsini: il look di Naomi Osaka non è passato inosservato a New York, dove ogni ingresso in campo della giapponese è ormai diventato una piccola dichiarazione pubblica. Non solo tennis. Anche memoria, gusto, riferimenti culturali. “È il mio tributo a Iverson, mi piace davvero tanto”, ha detto Osaka, raccontando la scelta dopo la vittoria su Zacharova.
La tennista ha spiegato che il tema proposto da Nike per i completi dello US Open guardava al mondo del basket. “Nike ha detto ‘basket’ e io ho risposto: ‘Ok, vi darò il basket’”, ha raccontato con un sorriso. Per lei New York ha sempre avuto “un po’ il sapore di un ritorno a casa”, e così il vestito ha provato a tenere insieme l’energia della città, la cultura street e una certa idea di eleganza da campo centrale.
Dai kimono alle meduse: i look come racconto personale
Non è la prima volta che Osaka usa l’abbigliamento per parlare di sé. A Wimbledon aveva scelto un richiamo al kimono, mentre agli Australian Open aveva portato in campo un abito ispirato a una medusa vista in un libro letto alla figlia. Dettagli privati, quasi domestici, trasformati in immagine pubblica.
Questa volta, però, il messaggio è più sportivo e insieme più culturale. Allen Iverson, ex stella dei Philadelphia 76ers e Mvp Nba nel 2001, per Osaka è stato “un pioniere”. “Mi sono sempre ispirata molto a lui”, ha spiegato la giapponese, “perché ha fatto tantissimo nel mondo della moda, che fosse intenzionale oppure no”. Una frase semplice, ma precisa: Iverson non indossava soltanto abiti diversi, portava nella Nba un modo diverso di stare al mondo.
Iverson, l’hip-hop e la Nba che cambiò immagine
Quando Iverson entrò nella Nba nel 1996, aveva i capelli rasati e pochi tatuaggi. Poi arrivarono le treccine, le catene, i gioielli, i vestiti larghi, i pantaloni a vita bassa. Un’estetica legata alla cultura hip-hop, allora ancora guardata con sospetto da una parte dell’ambiente sportivo americano, entrò nei palazzetti senza chiedere permesso.
Il suo impatto non riguardò solo l’abbigliamento. Iverson, 180 centimetri di talento e sfrontatezza agonistica, giocava con un’urgenza che parlava a molti ragazzi cresciuti tra basket di strada, musica rap e televisione via cavo. Nel 2001 trascinò i Sixers alle Finals contro i Lakers e, in gara 1, segnò su Tyronn Lue prima di scavalcarlo: un gesto entrato nell’archivio visivo della Nba. Breve, netto. Ancora oggi riconoscibile.
La Lega, allora guidata da David Stern, non sempre accolse quella trasformazione con favore. Nel 2005 arrivò un dress code restrittivo: niente maglie oversize, niente grandi catene, niente vecchie divise indossate fuori dal campo. Una misura che molti lessero come un messaggio rivolto proprio a Iverson e alla generazione hip-hop. Lui, anni dopo, lo disse senza girarci attorno: “Neanche per un secondo ho pensato di conformarmi. Solo perché metti uno smoking a qualcuno, non significa che sia una brava persona”.
Basket e tennis si incontrano a Flushing Meadows
Lo US Open di quest’anno ha portato più di un richiamo al basket sui campi di Flushing Meadows. Carlos Alcaraz, nel doppio misto con Serena Williams, ha indossato una canotta viola e pantaloncini che sembravano usciti da un corridoio del Madison Square Garden. Anche Aryna Sabalenka ha scelto toni vicini all’arancione e al nero, colori che a New York parlano subito di Knicks.
Osaka, invece, aveva preparato il terreno già prima del torneo. In conferenza stampa si era presentata con una maglietta che riprendeva la copertina di Slam dedicata a Iverson nel 1997, un omaggio agli anni Novanta e a un immaginario ancora molto vivo. Ha confidato di non averlo mai conosciuto di persona. Il messaggio, però, è arrivato.
Iverson le ha risposto sui social con poche parole, dirette: “Wow, che onore. Sono un tuo grande fan, non vedo l’ora di conoscerti”. Una chiusura quasi naturale per una storia nata tra tennis, basket e stile personale. A New York, dove i confini tra sport e cultura pop sono spesso più sottili di quanto sembri, Osaka ha scelto ancora una volta di entrare in campo raccontando qualcosa di sé. stavolta, attraverso The Answer.
