Calcio, Quagliarella a Le Iene: “Io, passato per infame. Via da Napoli per le minacce”

Calcio, Quagliarella a Le Iene: “Io, passato per infame. Via da Napoli per le minacce”

2 Marzo 2017 Off Di Redazione
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Il racconto di un incubo durato sette anni di sofferenze e svanito con una sentenza di condanna dello stalker, Raffaele Piccolo, che lo perseguitava: "Al telefono dicevano a mio padre 'fa attenzione, che spezziamo le gambe a tuo figlio'. Di me hanno detto che ero un pedofilo e favorivo i camorristi. Mi hanno rovinato la vita, altrimenti sarei ancora al Napoli. E se mi chiamasse oggi sarebbe bellissimo".

Sono passato per l’infame della situazione. Esserlo per la propria gente, credetemi, fa davvero male. E adesso sarebbe bello se il Napoli mi chiamasse, se mi volessero lì. Sono felice alla Samp ma dentro di me è come se sentissi di aver lasciato qualcosa di incompiuto.

Fabio Quagliarella è seduto dinanzi alla telecamere de Le Iene, racconta e si racconta, lascia che le parole gli sgorghino da dentro l’anima assieme alle lacrime. Tracima emozioni, esondano per la commozione. Ogni tanto la voce s’interrompe e gli occhi sono lucidi perché la sofferenza, anche quando passa, ti lascia in pegno un senso angoscioso di non ritorno. Cosa eri, cosa sei diventato. E Dio solo sa cosa saresti diventato se le cose avessero preso una piega diversa.

Avete presente cos’è un incubo? Svegliarsi nel cuore della notte, ansimare mentre il cuore sembra scoppiare in petto, ritrovarsi aggrappati alla spalliera del letto perché poco prima credevate di sprofondare chissà dove. Ecco all’ex azzurro di Castellammare di Stabia deve essere accaduta una cosa del genere. A occhi aperti. Tutto drammaticamente vero.

Un agente di polizia postale (Raffaele Piccolo, oggi agli arresti per i prossimi 4 anni e mezzo) è lo stalker condannato di recente che s’intrufola nella vita di Quagliarella da finto amico, sfruttando una conoscenza comune. Si presenta come persona fidata che prova a risolvergli un problema di password col telefonino, poi gli chiede favori, diventa insistente fino a minacciare la sua famiglia e rivelazioni scottanti sulla vita privata del giocatore del Napoli. Si offre perfino di svolgere delle indagini e porge aiuto, in realtà stava solo tessendo la tela nella quale intrappolare il giocatore.

Ogni volta che andavo a Napoli cercavo di camuffarmi, dovevo nascondermi… ma cosa avevo fatto di male? Non potevo uscire di casa, né io né la mia famiglia. Non ero libero di uscire con i miei amici. Non potevo vedere la mia gente perché magari qualcuno diceva una parolina di troppo e… e avrei rischiato di litigare – ha aggiunto Quagliarella -, coinvolgere anche persone a me vicine.

Insinuazioni, menzogne gravissime, come pedofilia e frequentazioni camorristiche. Voci che arrivano anche all’orecchio della società partenopea, il club per il quale aveva sognato di giocare da ragazzino. Quagliarella vi resta per una sola stagione poi è costretto – suo malgrado – a cambiare aria. Conte lo ritiene adatto alla sua Juve, lui accetta ma a Napoli lo bollano come un traditore che ha voltato le spalle alla città per accettare la corte della ‘vecchia signora’.

“Adesso tutti sanno cosa ho passato e perché sono andato via. Il mio incubo è durato quasi cinque anni. E fa davvero male. E’ tutto successo per colpa di una persona che reputavo di fiducia. Al telefono dicevano a mi padre ‘fa attenzione, spezziamo le gambe a tuo figlio’. A Napoli stavo bene almeno fino a quando non è cominciata quella storia. Da allora non sono riuscito più a vivere con serenità.”

Nessuno immagina che le ragioni di quell’addio son ben altre e allora il nome di Fabio viene associato al numero 71 che nella smorfia indica l’omm ‘e merda, una persona infida e senza dignità. A distanza di sette anni – dopo la denuncia fatta nel 2010 – la vicenda s’è chiusa in tribunale. La verità è venuta a galla, giustizia è fatta. “Scusaci, Fabio”, dicono molti adesso.

Nessuno gli potrà mai restituire quel pezzo di vita scivolato via nell’ombra. Perché nell’ombra s’è scusato coi tifosi partenopei quando calciò e segnò un rigore col Toro al San Paolo (ricordate quel gesto verso la Curva che sollevò polemiche?) e poi s’attirò le critiche dei sostenitori granata. Perché nell’ombra il traditore vero era un altro, l’agente di polizia postale che lo aveva raggirato e messo nei guai, ingannato, torturato. Da confidente era divenuto il suo peggiore aguzzino. E’ tutto finito, Quagliarella. E’ tutto finito. Adesso sei a casa. Adesso puoi tornare a casa.

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